Il periodo mazziniano

Giuseppe Bandi nasce a Gavorrano nel 1834 da famiglia di origini senesi (S.Quirico d’Orcia).
Il padre, Agostino, e’ il locale Podesta’.
Il primo contatto con l’Isola d’Elba avviene pochi anni dopo, quando la famiglia si trasferisce a Portoferraio dove Agostino ha assunto l’incarico di Auditore Vicario. E’ proprio Agostino, quale magistrato rappresentante l’autorita’ giudiziaria granducale, il destinatario nel 1847-48 di alcune lettere di protesta di F.D. Guerrazzi, rinchiuso nel carcere del Falcone, per denunciare le cattive condizioni della prigionia. Ritornato in continente,  a seguito del padre assegnato a nuovi incarichi, Giuseppe e’ ben presto iniziato ai sentimenti patriottici nel fertilissimo terreno dell’ Universita’ di Siena, dove frequenta i corsi della facolta’ di legge. Diviene un fervente mazziniano e segretario della locale sezione della Giovane Italia.
E’ continuamente in viaggio fra le principali citta’ toscane, portando lettere e proclami, facendo proselitismo e cospirando contro il governo austro-lorenese. La polizia politica lo tiene d’occhio e Bandi sperimenta l’ospitalita’ della prigione del Bargello a Firenze
Ogni occasione e’ buona per stimolare attenzione all’idea di Patria.  Il Palio del Maggio ‘58 a Siena si presta alla bisogna. Si da’ il caso che la contrada dell’Oca abbia il tricolore nello stemma. Bandi in compagnia dei suoi amici piu’ fedeli fa in modo di raggiungere accordi con la maggior parte delle altre contrade al fine di favorire il fantino dell’Oca. Cosi’ avviene e il tricolore attraversa la citta’ tra file di cittadini entusiasti.
Ma l’entusiasmo ha vita breve: incaricato dall’organizzazione mazziniana di scortare da Firenze a Pisa alcuni patrioti romagnoli fuggiaschi, e’ fermato dalla polizia ed arrestato. Il 14 settembre 1858 ritorna all’Elba ma da ospite del carcere di Forte Falcone a  Portoferraio. Vera nemesi storica: il figlio incarcerato nella fortezza di cui il padre era stato a suo tempo responsabile…
L’11 gennaio del ’59 Vittorio Emanuele II pronuncia la famosa frase:“Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi….”  Il barometro del nostro Risorgimento volge nuovamente al bello, e questa volta in modo duraturo.
A seguito di travolgenti manifestazioni popolari che l’esercito granducale si rifiuta di reprimere, Leopoldo II di Lorena lascia la Toscana e a Firenze si instaura un governo provvisorio. Il 29 aprile una folla di popolo guidata da Cesare Cestari e dal Dott. Squarci si reca al Falcone e si fa consegnare i detenuti. Il Bandi, cosi’ liberato, raggruppa una trentina di patrioti elbani e li porta con se’  in continente per arruolarsi nel battaglione dei Volontari Toscani, destinati a dar manforte ai franco piemontesi impegnati in Lombardia contro gli Austriaci. Ma gli eventi bellici sono assai piu’ veloci e presto sopraggiunge l’inaspettato armistizio di Villafranca. Il fervente mazziniano non puo’ dunque militarmente partecipare- cosi’ come avrebbe voluto- alla II Guerra d’indipendenza italiana.
Nel frattempo La Toscana e l’Emilia Romagna danno vita ad una lega militare che assieme al Regno di Savoia avrebbe dovuto continuare l’opera di liberazione e unita’ dell’Italia. A capo della neo costituita Divisione Toscana in cui milita il Bandi e’ assegnato Giuseppe Garibaldi: E’ il primo incontro fra i due (settembre ’59) e non sara’ l’ultimo: il Generale ha modo di conoscere ed apprezzare le qualita’ organizzative e lo spirito generosamente combattivo del giovane ufficiale toscano. In attesa di eventi che non precipitavano (la mancata invasione delle Marche) Garibaldi decide di ritirarsi a Caprera non senza aver messo il Bandi sull’avviso di una prossima chiamata.

L’impresa dei Mille

All’alba del nuovo anno, il 1860, Giuseppe Bandi e’ sottotenente nel 34mo reggimento fanteria sabauda di stanza ad Alessandria. Il 23 aprile riceve la visita di Luigi Gusmaroli, uomo fidato di Garibaldi, che telegraficamente gli dice “el General te veul, vienste via!”. La sera stessa e’ a Villa Spinola (sede del quartier generale garibaldino) a Genova.
S’inizia cosi’ la partecipazione del Bandi, come ufficiale dello Stato Maggiore del Generale, alla spedizione dei Mille che fu poi rievocata in un suo libro di successo. Eccone l’incipit: “Vuoi tu, dunque, amico caro, ch’io ti racconti quel che videro i miei occhi ed udirono i miei orecchi nell’avventurosa corsa che facemmo da Genova a Marsala ne’ primi giorni di maggio del 1860, quando saltò in testa a Garibaldi il ticchio di fare quella che parve da principio una gran pazzia, e fu giudicata di poi opera egregia e principalissima tra le sue più belle?”
Prima di partire da Quarto fa recapitare una lettera al Re Vittorio chiedendo di non essere considerato un disertore perche’ “ la bandiera dai tre colori che lasciai ad Alessandria sventola ancora sul mio capo e non l’abbandonero’ che morendo”. Il re non solo non lo fa punire ma lo promuove al grado di tenente nel 9° Reggimento Fanteria.
Sbarcato con gli altri 1089 uomini (tra cui una donna, la moglie di Crispi) a Marsala, ha come tutti il battesimo di fuoco a Calatafimi, dove rimane gravemente ferito (15 maggio ‘60).
Riporta Cesare Abba: “Il sottotenente Bandi non ne poteva piu’. Aveva parecchie ferite, ma un’ultima palla gli si era ficcata sopra la mammella sinistra e il sangue gli colava giu’ a rivi. Prima che passi mezz’ora sara’ morto, pensai. Ma quando le compagnie si lanciarono all’ultimo assalto contro quella siepe i baionette che abbagliavano, stridevano si’ che pareva di averle gia’ tutte nel petto, tornai a vedere quell’ufficiale tra i primi. Quante anime hai?- gli grido’ uno che doveva essergli amico: egli sorrise beato.”
A seguito di tale valoroso comportamento, Garibaldi lo promuove sul campo Maggiore, assegnandolo alla Brigata Medici.
Sul finire della spedizione, a Napoli, Bandi si avvale del suo trascorso mazziniano per promuovere l’incontro fra Mazzini e Garibaldi. Incontro che , come sappiamo, si risolve in un insuccesso per il capo repubblicano, vista la volonta’ del Generale di riconoscere l’autorità dei Savoia sulle regioni teste’ liberate dai Borboni.

Nel nuovo esercito italiano

Terminata la campagna garibaldina, Giuseppe Bandi rientra a far parte del regio esercito, mantenendo il grado di Maggiore. Fra i reduci garibaldini e gli ufficiali formati nelle accademie sabaude non corre pero’ buon sangue: l’essersi conquistati i gradi sul campo, con uniformi di fortuna, era per i primi elemento di orgoglio, mentre per i secondi (definiti dal Bandi “signorini in divisa”) fonte di snobistica critica.
Intanto continua a sostenere la spinta patriottica volta a completare senza indugio l’unita’ della nazione, ritrovandosi pero’ fra due fuochi: Mazzini spinge per dare priorita’ al Veneto, mentre Garibaldi torna a guardare a Roma.  Nel 1862 fa visita al Generale, ricoverato a Pisa per i postumi della ferita rimediata in Aspromonte da pallottole piemontesi.
La III Guerra d’Indipendenza vede nuovamente il Nostro impegnato in prima fila. A Custoza (24 giugno 1866) si merita per mano del re l’alta onorificenza della Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro: Cosi’ come altri ufficiali garibaldini, e’ tra i pochissimi a distinguersi nella sciagurata battaglia.
Nel 1867, di stanza in Abruzzo, cerca di andare con i suoi in soccorso di Garibaldi, impegnato nel Lazio contro i Francesi: ma intercettato dai Carabinieri dell’Aquila, e’ obbligato a tornare indietro. Intanto Garibaldi viene sconfitto a Mentana.
Trasferito in Toscana riallaccia i legami con le antiche amicizie mazziniane: cio’ non puo’ andare a genio ai suoi superiori, da cui e’ diviso da una diversa concezione del ruolo di ufficiale, piu’ umana e comprensiva verso i subalterni. La parentesi militare si avvicina alla fine: sfidato a duello il proprio comandante che aveva deriso le sue origini garibaldine, viene congedato dall’Esercito il 26 febbraio 1870.

Bandi giornalista

Lasciata la spada, Bandi rientra a Firenze ove ha famiglia e tantissimi amici e prende in mano la penna.
Inizia cosi’ il suo avvicinamento al mondo del giornalismo, attraverso collaborazioni per i giornali “La vedetta” e “La gazzetta del popolo”. Successivamente passa alla “Nazione”, ottenendo un rimarchevole apprezzamento da parte dei lettori.
Sul finire del 1871 si presenta al Bandi un’occasione davvero interessante per la sua carriera di giornalista: viene chiamato a Livorno a dirigere un nuovo giornale, ”La gazzetta livornese”: si trasferisce cosi’ nella citta’ labronica, dove il 16 gennaio dell’anno successivo esce il primo numero.
Grazie alla “Gazzetta” Bandi diviene un personaggio di spicco della societa’ livornese. Sulla scia del successo editoriale nasce l’idea di pubblicare un’ ulteriore testata, destinata ad uscire il pomeriggio,”: E’ il 29 aprile 1877 quando vede luce “Il Telegrafo”, stampato in duemila copie, al prezzo di 5 centesimi. Impostato su 3 colonne, contiene la rubrica “Da ieri a oggi” ove il direttore e proprietario affronta quotidianamente temi d’attualita’ politica, firmando con vari pseudonimi tra cui “Il piccione viaggiatore”.
Ma l’animus garibaldino cova sotto la cenere: nel 1879 vengono rinvenuti- in occasione degli scavi per la costruzione dell’Accadema Navale – i resti di 8 patrioti fucilati dagli austriaci durante i moti di Livorno di trent’anni prima. Bandi si pone con il suo giornale a capo di un comitato volto a dare le giuste esequie e ad onorare con un monumento i concittadini morti per la futura patria. Ne detta dunque l’epigrafe: “Ossa di otto vittime dell’infame barbarie austriaca: la palma del martirio si converse in lauro vittorioso” . Il prefetto insorge, paventando ricadute diplomatiche con Vienna. Ma Bandi rifiuta di modificare il testo della lapide commemorativa. Deve addirittura recarsi a Roma  per convincere il vecchio compagno d’armi, On. Nicotera, adesso Ministro degli Interni.

L’epilogo

Ma la lotta politica fra le anime della nuova Italia (monarchici contro liberali, radicali contro democratici, socialisti ed anarchici contro tutti)  va montando di intensita’.
Bandi si affida ai duelli di spada per regolare i contrasti con gli avversari, quando questi travalichino  mettendo in causa l’onore. Il codice cavalleresco non e’ pero’ seguito dal movimento anarchico, tradizionalmente ben radicato a Livorno , con cui Bandi entra in contrasto. Motivo del contendere la modalita’ di attuare la lotta politica da parte degli anarchici attraverso bombe e assassinii. Bombe in redazione e lettere minatorie si susseguono, fino all’epilogo. Il 27 giugno 1894 Bandi scrive “Sulla bara di Carnot”, il Presidente francese pugnalato da Sante Caserio. E’ la sua condanna a morte.
Il primo luglio 1894 Bandi parte dalla sua abitazione dell’Ardenza in carrozzella per recarsi in redazione. Con se’ ha solo il cocchiere. All’improvviso un individuo salta sul predellino e lo pugnala con violenza. Portato in ospedale, muore nonostante un disperato intervento operatorio. Sentendosi ormai in fin di vita esclama: “Ben spese le mie ferite…” e si riferiva a quelle ricevute a Calatafimi, combattendo per il Risorgimento e l’Unita’ d’Italia.
E’ sepolto nel cimitero monumentale della Misericordia a Livorno.

Bandi scrittore

Il libro che lo rende famoso e’ “I mille, da Genova a Capua”. Pubblicato in innumerevoli edizioni, di cui l’ultima in ordine temporale e’ uscita in allegato al quotidiano livornese Tirreno (erede diretto del Telegrafo) in occasione del 150mo anniversario della spedizione dei Mille, con presentazione di C.A. Ciampi.  Nel 1961 esce “Viva l’Italia” per la regia di Roberto Rossellini. Il film e’ basato sui racconti del Bandi, interpretato per l’occasione dall’attore Franco Interlenghi.
Nel 1967 il telefilm RAI “Vita di Cavour” con Renzo Palmer vede comparire Bandi fra i co-protagonisti.
Nel mese di aprile del corrente anno, nel programma di RAI 3  “Ad alta voce” l’intero libro viene letto in piu’ di venti puntate dall’attore toscano Alessandro Benvenuti.
Altre opere, sempre di respiro risorgimentale: “ Da Custoza in Croazia: memorie di un prigioniero” e “ Anita Garibaldi: appunti storici raccolti e illustrati”; “Vita del generale Enrico Cialdini”.
Tra i romanzi storici ricordiamo “Pietro Carnesecchi”, personaggio della Firenze del XVI secolo.
Ampia altresi’ la  produzione di poesie, tra cui l’”Inno popolare” riprodotto in allegato, stampato a Portoferraio probabilmente dopo la sua liberazione dal carcere del Falcone.

La discendenza

Giuseppe lascia la moglie Virginia di 49 anni e cinque figli. Di essi solo due avranno discendenza maschile: Adriano, emigrato in Argentina, ed Ivo che resta invece a Livorno.
Ivo e’ medico, professore in malattie tropicali, creatore di vaccini, fondatore dell’Istituto Sclavo di Siena e del Sieroterapico di Napoli.. Nel 1911 salva la cittadinanza di Livorno da una devastante epidemia di colera. I cittadini per gratitudine donano una lapide commemorativa e un libro con le firme di tutti i livornesi. Sua moglie e’ Rita Ademollo Lambruschini fra i cui antenati si annovera il sacerdote Raffaello Lambruschini, patriota liberale, insigne pedagogista, membro del Gabinetto Vieusseux di Firenze, Presidente dell’Accademia dei Georgofili e Arciconsole dell’Accademia della Crusca, nominato da Cavour senatore del nuovo regno d’Italia.  Rita e’ altresi’ nipote di Carlo Ademollo, importante pittore risorgimentale (tra i molti quadri ricordiamo “La breccia di Porta Pia” e “L’incontro di Teano”, ma anche “Stanislao Bechi prima dell’esecuzione”).
Il nipote Giuseppe, medico pediatra, si trasferisce nella primavera del 1932 all’Isola d’Elba, per assumere una condotta a Portoferraio dove continuera’ad esercitare la professione per circa 50 anni. Definito “medico dei poveri” per la generosita’ mostrata verso i pazienti piu’ indigenti dell’Elba del tempo, ha avuto recentemente intestata a suo nome una strada comunale. Nel 1947 sposa Carlotta Damiani figlia di Leone, sindaco d’inizio ‘900 e diretta discendente di quei Damiani (Cristino, Francesco, Giuseppe) che nel 1853 venivano indicati come cospiratori dalla polizia granducale.
Il pronipote Ivo, sposa nel 1980 Maria Antonietta Botti, nella cui famiglia si annovera un altro garibaldino. Riccardo Botti, piacentino di Fiorenzuola d’Arda, raggiunge Garibaldi a Palermo con la spedizione Cosenz  (2 luglio ‘60)  ma muore nella battaglia del Volturno a soli 20 anni. E’ sepolto nel cimitero garibaldino di S.Angelo in Formis (Capua).
Cinque famiglie unite nell’ideale del Risorgimento italiano.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Archivio storico comunale, Portoferraio

  • Giuseppe Bandi, “I Mille, da Genova a Capua”, edizioni varie
  • Piero Simonetti, “Giuseppe Bandi, una vita per l’unita’ d’Italia : con la spada e con la penna”, Comune di Gavorrano 2007
  • Giuseppe Cesare Abba, “Noterelle d’uno dei Mille”, edizioni varie
  • Alceste Cristofanini, “Vita aneddotica di Giuseppe Bandi”, Bemporad 1934
  • Luciano Bianciardi, “La battaglia soda”, Rizzoli 1964
  • Germano Bevilacqua, “ I Mille di Marsala”, Manfrini Editori 1982
  • Alfonso Preziosi, “Individui sospetti segnalati all’Elba nel 1853”, Olschki Editore 1969

 

ALLEGATI

1) “Inno popolare”, Stamperia Nazionale di A.Dionigi, Portoferraio

2) Elenco dei volontari elbani che si arruolarono- a seguito del Bandi-  nel Battaglione Toscano. Archivio Storico di Portoferraio, 1859.

3) Lettera di Giuseppe Garibaldi a Giuseppe Bandi

[message_box  color=”white”]Caprera 19 Febbraio 79

Mio Carissimo Colonnello Bandi

Come voi io sono interessato ai nostri fratelli di Telamone, ma cosa volete fare con questi nostri governanti che ci fanno fare la via del gambero. Contento di sapervi migliorato degli occhi.

Vostro per la vita

G. Garibaldi[/message_box]

4) Lettera di Giuseppe Garibaldi a Giuseppe Bandi

[message_box color=”white”]Caprera 12 Novembre 79

Mio carissimo Bandi

Io vi amo quale figlio, vi stimo e faro’ capitale di voi quando occorra. Per ora non venite e disprezzate il Garibaldi ingrato come fo io.

Per la vita vostro

G.Garibaldi[/message_box]

5) Epigrafe sulla tomba di Giuseppe Bandi al cimitero della Misericordia a Livorno:[message_box color=”white”]

“XV luglio MDCCCXXXIV     I luglio MDCCCXCIV

GIUSEPPE BANDI

Per l’indipendenza e per l’unita’ d’Italia cospiro’, combatte’. Poi giornalista le conquistate liberta’ a viso aperto quotidianamente difese finche’ pugnale anarchico lui toglieva alla Patria, alla famiglia, agli amici. Nel primo anniversario della sua morte, la vedova e i figli”[/message_box]

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