Forte FalconeLa verità è che non ci riesco.
Ci provo da un’oretta ma senza risultato.
Per me la scrittura è un fluire, è un collegare, un mettere insieme pezzetti. Oppure è notizia, nel caso in cui io debba riportare fatti avvenuti.
Ma qui, adesso, in questo spazio che amo molto e al quale sono legata da un affetto che specie negli ultimi mesi è cresciuto, qui tra queste righe e il pulsare del cursore, qui non ci riesco.
Non mi vengono pensieri sensati, forse perché non riesco a elaborarne a chiamata e capisco che è tanto semplice, per quanto frustrante mi possa sembrare.
Basta che mi apra e mi lasci raccontare.
Non ero mai stata alle Fortezze Medicee di Portoferraio.
L’ho detto tutto d’un fiato, ecco, così magari si nota meno.
Si, ero stata al Forte Stella e di recente al Forte Falcone, ma non avevo mai fatto il percorso per intero.
Si, certo che mi vergogno.
Ovvio che non ne vado fiera.
Scontato che io mi rammarichi di quanto bravi siamo a chiuderci nei nostri singoli recinti, smettendo di vedere a un palmo dal nostro naso la realtà che ci circonda. Soprattutto perché questo auto “recingersi” ha evidenti ripercussioni sulla nostra percezione di ciò che conta e cosa no.
Col tempo tendiamo a calcificarci localmente, adottando una miopia di fondo che non ci fa spaziare più con la mente (lo dico? beh, anche col cuore). Questo atteggiamento è lo stesso che ci fa credere che i nostri local-problemi siano i più grandi e che le nostre local-bellezze siano le più meravigliose, in un progressivo incessante auto esaltare qualità e difetti.
Invece a volte bisognerebbe fregarsene anche un po’ e uscire allo scoperto. Bisognerebbe quindi essere capaci di uscire dal proprio seminato e di guardare con occhi nuovi ciò che crediamo consueto, conosciuto, familiare, arci noto.
Seguendo questa intuizione, mi sono regalata una giornata da turista. Si, avete capito bene. Dopo il clamore, il grande successo, l’eco internazionale che i festeggiamenti di apertura del Bicentenario Napoleonico ha sollevato sul piccolo scoglio, sono tornata in groppa alla mia fedele bici e mi sono pedalata un po’ Portoferraio, lasciandomene ammaliare, ovvio.
Perché l’isola tutta affascina, specie nella stagione in cui è meno nota e conserva intatti i silenzi e l’eco delle grida dei gabbiani.
Di quest’isola sirena incantatrice sono innamorata da anni, ormai. Letteralmente sedotta dal suo fiero starsene in disparte, alla periferia del continente, nell’ombelico del Mediterraneo che canta le storie delle moltissime culture che sono passate di qua, incrociando le loro storie.
Dell’Elba adoro il fatto che qui sono libera di vivere a ritmi umani, assecondando un alternarsi di stagioni che qua è evidente, perché il contatto con la Natura è diretto.
Dell’isola amo la sua sorprendente varietà: nel giro di un paio di ore posso saltare da una località balneare più affollata (che tendo a non frequentare, per essere onesta) a uno sperduto e remoto angolo di mare che mantiene intatto il suo fascino selvaggio anche in pieno agosto.
La varietà che si sposa alla libertà, la solitudine che qui in mezzo a questo mare è intimità e contatto con una natura rigenerante e riposante: questo è per me l’isola che non finisco mai di raccontare perché c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.
Una intimità che, come stasera, mi fa godere di qualche chiacchiera e un sorso di vino, in una Darsena sul finire del giorno, mentre le guance si scaldano di sorrisi e penso che nient’altro ha da aggiungersi alla perfezione di questo attimo.
Con gratitudine.

Francesca Campagna

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